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Ambiente e ecologia, Scienza e Tecnologia

Ammoniti: cosa mangiavano? Finalmente una risposta!

Scritto il 10 gennaio 2011 da Marco Filoso

Le ammoniti sono senza dubbio tra i fossili più studiati al mondo ma nonostante ciò, alcuni misteri riguardo alle loro abitudini non sono stati ancora svelati. Parte del loro fascino risiede nella improvvisa estinzione avvenuta circa 65 milioni di anni fa, concomitante con la scomparsa dei dinosauri. Gli studiosi, per questo motivo, hanno deciso che un’intera Era si fosse chiusa, il mesozoico, e fosse iniziata l’Era attuale chiamata cenozoico.

Le ammoniti sono parenti degli attuali cefalopodi, come seppie, polpi e calamari, ma possedevano una vistosa conchiglia, spesso a spirale, della quale abitavano solo la porzione più esterna. Le ammoniti erano in grado di riempire alternativamente le parti interne della conchiglia di liquido o di gas in modo da poter decidere se procedere in una profonda immersione sottomarina oppure risalire a galla.

L’intero mondo è colmo di fossili di ammoniti e, infatti, potrà capitarvi di scoprire che l’androne del palazzo di vostra nonna è interamente rivestito di lastre luccicanti di un marmo rosso nel quale riuscirete a distinguere i profili dell’antico mollusco.

Qual è la novità che però ci ha portato proprio oggi a parlare di ammoniti? Cosa mai ci sarà di nuovo che non sia già contenuto negli innumerevoli e pesantissimi volumi che trattano l’argomento?

Si tratta di un articolo, apparso in questi giorni sulla rivista Science, scritto da alcuni scienziati tra cui la francese Isabelle Kruta del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, in collaborazione con l’equivalente museo sito in Central Park a New York. Questi paleontologi (così si chiamano gli studiosi dei fossili) si sono presi la briga di utilizzare una tecnica dal nome impressionante, la Microtomografia a raggi X con luce di sincrotrone, per osservare alcuni resti fossili conservati nei musei. La grande sorpresa è stata quella di poter osservare tridimensionalmente, e per la prima volta, i dettagli dell’apparato boccale delle ammoniti. Si è scoperto che esse possedevano mascelle e denti adatti a catturare piccole prede acquatiche, in pratica si nutrivano di plankton. In più, tutte loro possedevano una radula (una lingua con denti, tipica dei molluschi).

Un’ammonite, in particolare, ha mostraricostruzione della radula del baculiteto di avere ancora alcuni resti del suo ultimo pasto tra le fauci, si tratta di piccole larve di lumache e piccoli crostacei.

Il Nautilus, l’odierno cefalopode che tanto rassomiglia alle ammoniti, e che molti studiosi hanno supposto fosse un intimo parente di esse, si distanzia ancora di più da loro avendo abitudini alimentari del tutto diverse, nutrendosi, infatti, di crostacei più grossi e di pesci morti. Paradossalmente, la bocca più grande delle ammoniti è più adatta a catturare il minuscolo plankton.

Tutte queste nuove scoperte ci parlano delle abitudini alimentari delle ammoniti e ci aiutano ad immaginare come fossero i mari 65 milioni di anni fa. Tali informazioni saranno anche fondamentali per capire i meccanismi che, a seguito di un impatto con un meteorite, hanno portato alla loro rapida estinzione.

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Ambiente e ecologia, News, Scienza e Tecnologia

I mammut con l’antigelo nel sangue

Scritto il 04 maggio 2010 da Lorenzo

I mammut, animali enormi con la proboscide (sono imparentati con gli elefanti) e con zanne ricurve, alti mediamente 5 metri (nel punto più alto del dorso) e pesanti 7-8 tonnellate, si sono estinti definitivamente circa 4.000 anni fa.

Per molto tempo gli studiosi hanno cercato di capire come abbiano fatto i mammut a sopravvivere a temperature così fredde, come quelle che c’erano durante l’Era Glaciale. Si è pensato che siano riusciti a vivere nel gelo grazie allo strato di pelo, visto che avevano un pelo lungo fino a 50 centimetri.

Ora alcune ricerche hanno dimostrato che i mammut riuscivano a sopravvivere alle temperature glaciali perché avevano una specie di antigelo naturale nel sangue.

A fare questa scoperta è stato uno studio dei ricercatori di una università australiana che ha analizzato i resti del DNA di un esemplare di mammut di 43000 anni fa vissuto in Siberia, dove le temperature  scendono spesso sotto i -50 °C anche oggi.
I ricercatori sono così riusciti a ricreare la principale proteina del sangue del mammut, l’emoglobina, rivelando il loro segreto su come sopravvivere a bassissime temperature.

Il corpo di questi animali aveva dunque adattato la loro emoglobina alle difficili condizioni climatiche dotandola di questo particolare “antigelo” che consentiva al sangue di trasportare ossigeno alle cellule anche a temperature glaciali.

Ora gli studiosi vogliono provare ad attuare lo stesso tipo di studi ad altre specie estinte, come l’uomo di Neanderthal, un lontano parente dell’uomo odierno. Studiando le proprietà del sangue (ricreato in laboratorio grazie al DNA) si potrebbero conoscere maggiori informazioni sulle malattie dell’uomo di Neanderthal, e questo potrebbe contribuite a prevenire e curare malattie che attaccano l’uomo oggi.

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Ambiente e ecologia, News, Primo piano

Le farfalle sono a rischio di estinzione

Scritto il 17 marzo 2010 da Lorenzo

Secondo una ricerca realizzata per conto della Commissione europea i cambiamenti climatici e l’inquinamento stanno modificano le condizioni di vita e gli ambienti tanto da decimare le popolazioni di farfalle, libellule e scarabei in Europa.

Questo studio è stato svolto dalla IUCN, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, che è responsabile anche della pubblicazione di una Lista rossa in cui c’è l’elenco delle specie di vegetali e animali che nel pianeta sono minacciate. In particolare secondo questa ricerca sono a rischio di estinzione il 9% delle farfalle, l’11% degli scarabei e il 14% delle libellule.

Quest’anno è anche l’anno mondiale della Biodiversità, e il commissario per l’ambiente dell’Unione Europea – a seguito di questo allarme – ha fatto notare quanto sia importante preservare il futuro della natura, che poi è il nostro futuro, dove anche le specie piccole sono importanti: per esempio le farfalle svolgono il ruolo fondamentale di impollinatori negli ecosistemi in cui vivono.

I problemi di sopravvivenza di queste piccole specie si sono moltiplicati a seguito dello sfruttamento intensivo delle foreste, che stanno sempre più diminuendo, e a seguito dei cambiamenti climatici che stanno portando a estati sempre più calde e secche e quindi all’inaridimento di molte zone umide dove vivono le libellule.

Foto | Flickr

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