Scritto il 24 novembre 2010 da Marco Filoso
L’Inter-agenzia federale degli scienziati americani (che riunisce gli studiosi della NOAA, della USGS e della NIST), impegnati a studiare gli effetti del disastroso incidente avvenuto in aprile nel Golfo del Messico, dovuto alla fuoriuscita di petrolio da un pozzo della società inglese BP, ha prodotto nel mese di novembre un dettagliato resoconto sull’accaduto.
Visita il sito: http://www.restorethegulf.gov/ per accedere al report originale (versione in inglese)
Le analisi preliminari, fatte ad agosto dagli scienziati del governo americano, erano state giudicate troppo ottimistiche da alcuni scienziati indipendenti. Esse stimavano che addirittura tre quarti del petrolio disperso nell’ambiente era stato eliminato attraverso:
1) Recupero nelle vicinanze della bocca del pozzo
2) Asportazione dalla superficie del mare
3) Dispersione chimica
4) Combustione (bruciato)
5) Evaporazione
6) Assorbimento attraverso processi naturali
Un quarto del greggio rimasto aveva invece raggiunto le coste americane o continuava a galleggiare luccicante sulla superficie del mare compattandosi talvolta in grumi catramosi.
Ebbene, quest’ultimo resoconto di novembre, è fondamentalmente in accordo con le analisi preliminari.
Possiamo dunque rallegrarci della buona notizia ma c’è un però… Tenendo conto che questo quarto di petrolio residuo ammonta a quasi 1,25 milioni di barili (1 barile = 159 litri), ci si chiede: dove si trovi in questo momento tutto questo petrolio? Quale sarà la sua destinazione finale?
In questo rapporto non si accenna all’impatto che tutto questo petrolio ha avuto e continuerà ad avere sull’ecosistema e, benché queste informazioni ci inducano a sperare che l’ambiente abbia mille risorse per rimediare ai disastri creati dall’uomo, sarà opportuno aspettare che trascorra altro tempo prima di farci un’idea di quanto sia vulnerabile il nostro amato Pianeta!
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