Archivio | Scienza e Tecnologia

Scienza e Tecnologia

Dalle saette di Zeus… l’antimateria!

Scritto il 12 gennaio 2011 da Marco Filoso

L’antimateria, pochi decenni fa sembrava fosse solo una fantasia. Qualcuno iniziò a immaginarla nascosta in ambiti remoti del nostro Universo… Un giorno però dei fisici, degli scienziati che studiano anche le parti minime di cui è fatta la materia, attraverso degli enormi strumenti chiamati acceleratori di particelle, riuscirono a ripetere l’esperimento che solo Dio aveva intentato prima di allora… crearono l’Antimateria! Vambè diciamo semplicemente che, seppur per pochi istanti, furono in grado di rilevarne la presenza.

Oggi, nel 2010, benché gli scienziati abbiano già tanta confidenza con l’antimateria, sono rimasti esterrefatti avendo scoperto che tutti i giorni, dalla superficie della Terra partono come saette fasci di antiparticelle!

La scoperta è stata casuale, come molte grandi scoperte. In orbita, sopra le nostre teste, c’è un satellite artificiale chiamato “Compton Gamma Ray Observatory (CGRO)” sul quale è montato il telescopio “Fermi” in grado di rilevare i raggi gamma che viaggiano nello spazio attorno al nostro Pianeta.

Cercherò di spiegare com’è avvenuta tale scoperta…

Per prima cosa dobbiamo immaginare che quando la nostra antiparticella incontra una particella (l’elettrone, nel nostro caso) le due particelle si disintegrano vicendevolmente e un raggio gamma (fatto anch’esso di particelle, di fotoni ad alta energia) viene emesso in ogni direzione nello spazio circostante.

Facciamo ora un passo indietro. Durante i temporali, i lampi riescono facilmente a generare delle particelle gamma, talvolta capita che questi fotoni, (raro, ma capita!), entrando in contatto con altri atomi dispersi nell’aria riescano a trasformarli in particelle e antiparticelle. Queste ultime non viaggiano libere nello spazio perché, avendo la loro carica elettromagnetica, risentono del campo gravitazionale terrestre. Per questo motivo seguono dei percorsi preferenziali andando eventualmente a incocciare il satellite della NASA. Quando l‘antiparticella scontra una particella di cui è fatto il satellite stesso, viene emesso un raggio gamma che il satellite è perfettamente in grado di rilevare essendo stato costruito proprio per questo!

La prossima volta che assisteremo a un temporale – ricordiamocelo – in quel momento si starà generando dell’antimateria.

Antiparticella: quella di cui parliamo qui si chiama positrone.

Non perdere il filmato che ha pubblicato la NASA, entra nel sito e guardalo subito!

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Commenti (2)

Ambiente e ecologia, Scienza e Tecnologia

Ammoniti: cosa mangiavano? Finalmente una risposta!

Scritto il 10 gennaio 2011 da Marco Filoso

Le ammoniti sono senza dubbio tra i fossili più studiati al mondo ma nonostante ciò, alcuni misteri riguardo alle loro abitudini non sono stati ancora svelati. Parte del loro fascino risiede nella improvvisa estinzione avvenuta circa 65 milioni di anni fa, concomitante con la scomparsa dei dinosauri. Gli studiosi, per questo motivo, hanno deciso che un’intera Era si fosse chiusa, il mesozoico, e fosse iniziata l’Era attuale chiamata cenozoico.

Le ammoniti sono parenti degli attuali cefalopodi, come seppie, polpi e calamari, ma possedevano una vistosa conchiglia, spesso a spirale, della quale abitavano solo la porzione più esterna. Le ammoniti erano in grado di riempire alternativamente le parti interne della conchiglia di liquido o di gas in modo da poter decidere se procedere in una profonda immersione sottomarina oppure risalire a galla.

L’intero mondo è colmo di fossili di ammoniti e, infatti, potrà capitarvi di scoprire che l’androne del palazzo di vostra nonna è interamente rivestito di lastre luccicanti di un marmo rosso nel quale riuscirete a distinguere i profili dell’antico mollusco.

Qual è la novità che però ci ha portato proprio oggi a parlare di ammoniti? Cosa mai ci sarà di nuovo che non sia già contenuto negli innumerevoli e pesantissimi volumi che trattano l’argomento?

Si tratta di un articolo, apparso in questi giorni sulla rivista Science, scritto da alcuni scienziati tra cui la francese Isabelle Kruta del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, in collaborazione con l’equivalente museo sito in Central Park a New York. Questi paleontologi (così si chiamano gli studiosi dei fossili) si sono presi la briga di utilizzare una tecnica dal nome impressionante, la Microtomografia a raggi X con luce di sincrotrone, per osservare alcuni resti fossili conservati nei musei. La grande sorpresa è stata quella di poter osservare tridimensionalmente, e per la prima volta, i dettagli dell’apparato boccale delle ammoniti. Si è scoperto che esse possedevano mascelle e denti adatti a catturare piccole prede acquatiche, in pratica si nutrivano di plankton. In più, tutte loro possedevano una radula (una lingua con denti, tipica dei molluschi).

Un’ammonite, in particolare, ha mostraricostruzione della radula del baculiteto di avere ancora alcuni resti del suo ultimo pasto tra le fauci, si tratta di piccole larve di lumache e piccoli crostacei.

Il Nautilus, l’odierno cefalopode che tanto rassomiglia alle ammoniti, e che molti studiosi hanno supposto fosse un intimo parente di esse, si distanzia ancora di più da loro avendo abitudini alimentari del tutto diverse, nutrendosi, infatti, di crostacei più grossi e di pesci morti. Paradossalmente, la bocca più grande delle ammoniti è più adatta a catturare il minuscolo plankton.

Tutte queste nuove scoperte ci parlano delle abitudini alimentari delle ammoniti e ci aiutano ad immaginare come fossero i mari 65 milioni di anni fa. Tali informazioni saranno anche fondamentali per capire i meccanismi che, a seguito di un impatto con un meteorite, hanno portato alla loro rapida estinzione.

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Scrivi un commento

Ambiente e ecologia, Scienza e Tecnologia

Arsenico: c’è a chi piace…

Scritto il 06 dicembre 2010 da Marco Filoso

Carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno, zolfo e fosforo sono gli elementi principali di cui sono fatti gli esseri viventi. Attraverso la loro combinazione sono costruite le proteine, gli acidi nucleici (come il DNA), i grassi e tutto il resto di cui siamo fatti noi umani, un insetto o anche una pianta. Gli altri elementi che ritroviamo nella tavola periodica, come il ferro o il potassio, sono anch’essi utilizzati dai viventi ma in concentrazioni veramente bassissime.

Una scienziata americana della NASA, Felisa Wolfe-Simon, ha recentemente scoperto che un batterio dallo strano nome GFAJ-1, è in grado di utilizzare l’arsenico al posto del fosforo. La scienziata ha condotto le sue ricerche sulle rive del lago Mono, in California, noto per avere le sue acque contaminate dal pericoloso arsenico. Ricordiamo che l’arsenico, oltre che tossico è anche cancerogeno. Per questo motivo molti acquedotti, in particolare nel nord dell’Italia, hanno delle apparecchiature in grado di eliminarlo o quantomeno di abbassarne la quantità nell’acqua. Nel passato, un particolare composto, l’ossido di arsenico, era utilizzato come veleno e aveva il pregio di non lasciare alcun segno del suo passaggio.

L’arsenico e il fosforo sono due elementi che hanno molte caratteristiche in comune, a causa di questa somiglianza, l’organismo umano può assorbire l’arsenico involontariamente al posto del fosforo e, oltre una certa soglia, rimanerne intossicato al punto da restarci secco!

Nel caso del nostro batterio, l’assorbimento dell’arsenico avviene con lo stesso meccanismo, con la differenza che non interferisce con le funzioni vitali del batterio.

Questa scoperta è straordinaria per tre motivi:

- Apre la porta allo studio e alla comprensione del cosiddetto “ciclo dell’arsenico”.

- Potrebbe risultare un’ottima possibilità di controllo delle contaminazioni da arsenico.

- Ci aiuta a immaginare forme di vita diverse dalle nostre, dove un elemento essenziale come il fosforo può essere sostituito con un elemento potenzialmente pericoloso come l’arsenico. Quando pensiamo a forme di vita extra-terrestri, possiamo supporre che siano costituite da elementi diversi da quelli che costituiscono la vita sulla Terra. Forse, su un lontano pianeta, esiste un essere costituito di silicio anziché di carbonio, che assorbe l’arsenico, respira metano e si nutre di terra! Chissà…

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Scrivi un commento

Primo piano, Scienza e Tecnologia

Scienza e gioco su mypage con Clementoni: una pagina web dedicata ai piccoli scienziati

Scritto il 19 novembre 2010 da Daniela

Su mypage.it, il primo social network per bambini con Parental Control, nasce il Club degli scienziati Clementoni, una community dove i bambini potranno scambiarsi idee e opinioni in massima sicurezza oltre che individuare l’ambito scientifico preferito attraverso games e contenuti informativi creati appositamente per loro.

La pagina di mypage dedicata al Club degli scienziati presenta il kidget Benvenutoattraverso il quale ragazzi vengono introdotti nel club, scoprendo i contenuti della pagina e scaricando gli Esperimenti di Arturo, una simpatica guida realizzata da Clementoni con esempi di semplici esperimenti scientifici da ripetere a casa o a scuola.

Ognuno dei componenti della community potrà decorare la sua pagina personale con lo sticker personalizzato Club degli scienziati e descrivere le grandi scoperte che vorrebbe fare da adulto scrivendole su La bacheca delle scoperte, uno spazio che permette ai bambini di esprimere il loro pensiero e condividerlo con gli amici nella consueta sicurezza garantita da mypage.it.

Sempre sulla pagina di benvenuto, il test Che scienziato sei? permetterà a tutti gli utenti di scoprire qual è la disciplina scientifica più adatta a loro semplicemente rispondendo a delle domande.

Subito online anche la sezione Botanica (per vederla basta cliccare sul tab della paginacollocato in alto a sinistra), prima di una lunga serie che, a partire da gennaio 2011, esploreranno nel tempo le diverse discipline scientifiche dando modo agli utenti di scoprire poco a poco le meraviglie della scienza e di scegliere quali temi approfondire. Tutti gli amanti del mondo vegetale, ad esempio, avranno da subito la possibilità di entrare a far parte di un loro mini club identificato dallo sticker I love Botanica e di far fiorire la loro passione con contenuti e giochi speciali, come il nuovo game dedicato alla Botanica che sarà online sumypage.it prima di Natale!

Tags: , , , ,

Commenti (1)

Ambiente e ecologia, News, Scienza e Tecnologia

Siccità in Perù: reti cattura nebbia e montagne pitturate…

Scritto il 10 novembre 2010 da Marco Filoso

Sulle dune sabbiose della periferia di Lima in Perù, i residenti di un povero paesino hanno deciso di non arrendersi alla siccità. La loro intenzione era di far crescere una foresta in una delle regioni più secche della Terra (Lima riceve meno di 1,5 cm di pioggia all’anno). A tal fine, negli ultimi due anni, i residenti del paesino hanno eretto, sulla cima delle dune, una serie di reti alte 4 metri. Queste reti sono in grado di catturare preziose gocce d’acqua, dall’umidità dell’aria. Quando le nebbie della sera coprono le cime delle dune, queste reti rimangono impregnate di acqua. Si ritiene che, in meno di quattro anni, i giovani alberelli che stanno crescendo saranno in grado loro stessi di catturare la nebbia, creando un microclima che in futuro riuscirà a proteggere tutta l’area dalla siccità.

Oltre alla raccolta dell’acqua delle nebbie, una più singolare attività ha già trovato i finanziamenti necessari per essere sperimentata. Incredibile ma vero, si tratta di pitturare le montagne di bianco. Le montagne che un tempo erano ricoperte di neve e ghiaccio sono oggi degli ammassi brulli di terra scura. Giacché la terra scura assorbe più facilmente la radiazione solare riscaldandosi, si è pensato bene di imbiancare vaste zone montane al fine di riflettere la luce solare, determinando un rilevante abbassamento della temperatura. Negli ultimi anni il Perù ha perso i suoi ghiacciai che erano una risorsa fondamentale di acqua potabile. Pitturare le montagne e raccogliere l’acqua della nebbia sono alcuni dei modi in cui i peruviani stanno cercando di fronteggiare l’inaridimento di vaste aree del loro territorio. Il governo è molto impegnato nella ricerca di soluzioni, in particolare si lotta perché Lima possa continuare a essere rifornita d’acqua.

Consulta il sito della BBC per sapere di più sulle montagne pitturate!

http://www.bbc.co.uk/news/10333304

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Commenti (3)

Ambiente e ecologia, Politica, Primo piano, Scienza e Tecnologia

Terre rare: l’ultima sfida tra Cina e Occidente!

Scritto il 09 novembre 2010 da Marco Filoso

Avete presente la Tavola Periodica degli Elementi? Circa cento caselle rappresentano tutti i mattoncini di cui può essere fatta la materia. Una ventina di essi sono molto comuni e in particolare quelli che occupano le caselle nella parte alta della Tavola. Se raccogliamo una manciata di terreno, possiamo essere sicuri di avere nelle mani elementi come l’ossigeno, il silicio, il carbonio, l’idrogeno, l’alluminio, il calcio, il ferro e così via. Questi elementi si combinano tra loro in modi caratteristici creando un’infinità di minerali (più di 4000!). I minerali, a loro volta, sono i costituenti delle rocce.

Dall’Età della Pietra siamo passati all’Età del Bronzo e poi a quella del Ferro. Negli ultimi duemila anni poi, l’Uomo ha affinato le proprie conoscenze e ha imparato a sfruttare sempre più i materiali che riusciva a estrarre dalle rocce. Con l’avvento delle tecnologie moderne però, da non più di 40 anni, siamo entrati in una nuova Età, L’Età delle Terre rare! Si tratta di tutti quegli elementi che si trovano nelle ultime caselle della Tavola Periodica (17 in tutto, i cosiddetti Lantanoidi, lo Scandio e l’Ittrio).

Questi elementi hanno proprietà uniche che trovano molteplici applicazioni nell’industria militare e anche in quella civile, li troviamo, infatti, in tutte le apparecchiature elettroniche e informatiche (magneti, laser, fibre ottiche, disk drives, batterie ricaricabili, chip delle memorie dei computer, superconduttori dalle alte temperature, schermi a cristalli liquidi, ecc.) come anche nelle marmitte catalitiche, nelle apparecchiature a raggi X, nelle lampade fluorescenti ecc.

Nonostante il nome, questi minerali non sono così rari, il problema sta nel fatto che non esistono veri giacimenti di Terre rare, essi sono contenuti in tracce in svariati minerali. Per questo motivo la loro estrazione è associata all’estrazione di altri elementi.

Durante gli ultimi vent’anni la Cina è stata la più grande esportatrice di Terre rare (fino al 95% del mercato mondiale) sia per il basso costo del lavoro dei minatori e sia per la quasi totale mancanza di leggi concernenti la protezione ambientale. La lavorazione delle Terre rare può produrre, infatti, molti sottoprodotti tossici e inquinanti.

Dal 18 ottobre però la Cina ne ha sospeso inavvertitamente (forse indispettita da alcune scaramucce con il Giappone) l’esportazione mettendo in allarme tutti i paesi produttori di tecnologia. Benchè le esportazioni dalla Cina siano già riprese sul finire del mese scorso, il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha ribadito la volontà e la necessità di emanciparsi dalla dipendenza cinese.

E’ notizia di ieri che l’Istituto americano per gli scavi minerari sottomarini (Underwater Mining Institute – UMI) nella persona del suo presidente Dott Charles L. Morgan, sta riconsiderando economicamente la possibilità di raschiare i fondali oceanici ricoperti dai cosiddetti “noduli di manganese” che sono ricchi, oltre che di manganese, di nichel, di rame e di cobalto. E’ noto che nei noduli di manganese sono compresenti notevoli quantità di Terre rare. Questo tipo di attività mineraria è molto costoso e al momento sembra che gli americani, come tutto il mondo occidentale, sia destinato a perdere la sfida con la Cina. L’augurio che rivolgiamo a tutta l’Umanità è di riuscire a risolvere la faccenda senza ricorrere a strategie di prevaricazione, di conflitti armati e nel pieno rispetto dell’ambiente naturale e di chi lavora nelle miniere. Le esperienze del passato (riguardo al petrolio per esempio) non ci fanno essere molto ottimisti su come andranno le cose, è quindi importante cercare di acquisire informazioni e consapevolezza della questione, perché ognuno possa collaborare, nel suo piccolo, a salvare il Pianeta!

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Scrivi un commento

Scienza e Tecnologia

Asia o Africa? La questione delle origini.

Scritto il 31 ottobre 2010 da Marco Filoso

L’Antropologia biologica è quella branca della scienza che studia le origini e lo sviluppo dell’Homo sapiens. Gli studiosi di antropologia sono abituati a rimodellare le proprie conoscenze ogni qualvolta vengono ritrovati nuovi reperti fossili. Un dato che sembrava però assodato è che l’Uomo si fosse originato in Africa e che successivamente avesse colonizzato tutte le terre del globo. Su “Nature” di questa settimana però, è apparso un articolo del paleontologo Jean-Jacques Jaeger dell’Università di Poitiers in Francia che rimette in discussione la questione delle origini. I sensazionali ritrovamenti avvenuti in uno scavo condotto da Jaeger a sud della Libia fanno ipotizzare che la culla del genere umano sia piuttosto l’Asia.

Si tratta del ritrovamento dei resti fossili di due antropoidi sconosciuti e di uno conosciuto risalenti a circa 38 milioni di anni fa.

Gli antropoidi sono delle dimensioni di uno scoiattolo ma hanno le sembianze delle scimmie moderne e pesano da poco più di 100 grammi a quasi mezzo chilo.

Jaeger ritiene che questa specie fosse imparentata con una specie più antica ritrovata in Myanmar (sud-est asiatico) ed è dunque dalle terre lontane dell’Asia che essa proviene.

C’è però un’altra possibilità e cioè che la specie si sia originata in Africa, abbia raggiunto il Myanmar e sia ritornata in Africa. In tal caso esisterà in Africa un antenato più antico, ancora da scoprire.

Il dott. Jaeger ha detto che occorrerà continuare a scavare negli strati delle rocce più antiche della Libia per cercare di rispondere ai molteplici quesiti.

Nell’eventualità che i primi antropoidi si fossero originati in Asia e che successivamente fossero emigrati in Africa potrebbe essere la causa stessa della loro proliferazione e della formazione delle varie sottospecie. In Asia, le condizioni ambientali più dure avrebbero portato queste specie all’estinzione e senza questa migrazione in Africa non si sarebbero sviluppati gli antropoidi attuali di cui noi, come si intuisce dalla parola, facciamo parte.

M. Filoso

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Commenti (6)

Ambiente e ecologia, Scienza e Tecnologia

Insetti nell’ambra, ancora scoperte!

Scritto il 29 ottobre 2010 da Marco Filoso

All’Alba della civiltà umana l’Uomo, intento a studiare le rocce utili al proprio sviluppo sociale e tecnologico, riconobbe nelle trasparenze dell’ambra la bellezza di cui adornarsi. L’ambra è un minerale di origine organica perché non è altro che una resina fossile di una conifera che si è solidificata. Quando l’ambra sgorgava abbondante e mielosa dalle cortecce degli alberi, qualche insetto distratto ne rimaneva intrappolato finché, completamente ricopertone, moriva soffocato.

Nel mondo sono stati scoperti centinaia di depositi di ambra, un nuovo giacimento scoperto a ovest dell’India ha ultimamente attirato l’attenzione di tanti paleontologi di tutto il mondo (studiosi dei fossili degli esseri vissuti nel passato e dei loro ambienti di vita).

All’interno del giacimento sono stati trovati più di 700 insetti oltre a ragni, crostacei, piante e funghi.

Sono state individuate già più di 100 nuove specie di insetti e si stima che molte altre rimangano da scoprire. Si ritiene che le specie risalgano a più di 50 milioni di anni fa, quando la zona era ricoperta da una lussureggiante foresta pluviale come quelle che troviamo nei paesi tropicali del Sud-Est asiatico.

A parlarci dell’importanza di tale ritrovamento è il Dott. David Grimaldi, un entomologo che lavora al Museo di Storia Naturale di New York (American Museum of Natural History).

Nello studio sono impegnate decine di ricercatori americani, tedeschi e indiani che divulgano i risultati delle ricerche attraverso l’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti.

Risultano sorprendenti le somiglianze con le specie fossili trovate in Messico e negli altri paesi dell’America centrale.

100 milioni di anni fa, l’India si è staccata dal Gondwana, un immenso continente che includeva l’odierna Africa, Australia, Antartide e l’America meridionale, e ha viaggiato verso l’Asia determinando la formazione della catena montuosa dell’Himalaya. Si è sempre ritenuto che questo viaggio dell’India abbia rappresentato un periodo di isolamento ma probabilmente così non fu e, ha detto Grimaldi, forse bisognerà rivedere la geologia.

All’interno dell’ambra sono stati ritrovati anche dei resti appartenenti a mammiferi come pipistrelli, scimmie e conigli. Occorrerà procedere negli studi, anche delle piante, per capire quante nuove specie saranno ritrovate e prima di avanzare nuove teorie.

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Commenti (1)

Eventi, Scienza e Tecnologia

La videocamera nello spazio!

Scritto il 12 ottobre 2010 da Marco Filoso

Si chiama Luke Geissbuhler e vive a New York. Con un gruppo di amici ha realizzato un esperimento che potrebbe apparire banale ma che pochi anni fa sarebbe stato impossibile da realizzare nel giardino di casa propria.

Lo scorso agosto, attraverso un pallone sonda, ha spedito una videocamera amatoriale nello spazio. Il desiderio era di filmare il nero dello spazio che circonda il nostro pianeta, ben visibile negli strati alti della stratosfera (a circa 50 km di altitudine). Insieme alla videocamera, all’interno della piccola capsula, c’era anche un iPhone 4 utile per poter localizzare il pallone nel suo viaggio. L’iPhone, il potente computer-telefonino della Apple,  possiede infatti un rilevatore GPS con il quale è possibile comunicare da un apparecchio esterno.

Salendo di quota, la capsula ha affrontato temperature di -60°C e la pressione atmosferica è diminuita costantemente determinando la dilatazione del pallone fino a farlo scoppiare così per riprecipitare al suolo.

Ci sono voluti ben 8 mesi di ricerche e di test prima di riuscire nell’impresa.

11 minuti dopo il lancio, il pallone era già a 6.000 metri di quota. A 18.000 metri ha incontrato un vento che soffiava a 160 km/h. Dopo circa 70 minuti, a più di 30 km dal suolo, il pallone è esploso e nella caduta ha raggiunto i 240 km/h e successivamente ha rallentato a 24 km/h grazie a un piccolo paracadute.

Sorprendentemente, la piccola capsula è atterrata a soli 48 km a nord del luogo di lancio.

Due minuti prima di toccare il suolo, le batterie della videocamera, dopo circa 100 minuti di ripresa hanno ceduto al freddo.

La capsula è stata trovata nella notte, in cima ad un albero e grazie a un led lampeggiante.

Prima di Luke Geissbuhler, un lancio simile è stato eseguito in Toscana nel 2009 dall’italiano Francesco Bonomi.

Guardate il video e scoprirete come la realtà supera la fantasia!

Di Luke Geissbuhler       http://vimeo.com/user3539560

Di Francesco Bonomi     http://tv.repubblica.it/tecno-e-scienze/la-telecamera-nello-spazio-il-precedente-italiano/54008?video

Tags: , , , , , , , , , , , ,

Commenti (2)

Primo piano, Scienza e Tecnologia

Il DNA più lungo del mondo!

Scritto il 08 ottobre 2010 da Marco Filoso

Il raro fiore giapponese che appare nella foto, chiamato Paris japonica, è il possessore della molecola di DNA più lunga che esiste, fino a 50 volte più lunga di quella umana!

La notizia è apparsa recentemente su una prestigiosa rivista scientifica che si interessa appunto del mondo vegetale (Botanical Journal of the Linnean Society, Sett. 2010), in questo modo è passato al secondo posto il Protopterus aethiopicus, quello strano pesciolino, dalle caratteristiche primitive capace di respirare dentro e fuori dell’acqua. Il DNA è una lunga molecola che potremmo rappresentarci come una catena i cui anelli sono costituiti da un paio di molecole chiamate: “basi azotate”. Ebbene, la Paris japonica possiede 149 miliardi di coppie di basi azotate, il Protopterus ne ha 130 miliardi e l’uomo circa 3 miliardi. La molecola di DNA della Paris è così lunga che, se la srotolassimo tutta, arriverebbe a misurare quasi 100 metri!

Le ricerche che sono state condotte, ci informano che gli organismi che possiedono una molecola di DNA così lunga tendono ad avere una certa vulnerabilità alle condizioni climatiche e all’inquinamento, sono perciò un tantino più fragili di altri organismi. Probabilmente, il difetto è da addebitare al fatto che il tempo e il lavoro richiesto per replicare il DNA risulta troppo dispendioso. Il DNA, vogliamo ricordarlo, è presente nel nucleo di tutte le cellule e per questo motivo viene replicato tante volte quante sono le cellule che compongono un organismo (miliardi in un uomo).

Questi studi (che non stupiscono gli addetti ai lavori) rappresentano una informazione interessante perché rivelano la complessità della questione. Il DNA è come un grosso libro ricco di informazioni ma, più che le informazioni stesse, a complicare la faccenda, sono le mille (o nessuna) interpretazioni che si possono dare per ogni singola informazione!

Tags: , , , , , , , , , ,

Scrivi un commento

CERCA

SITI CONSIGLIATI

Se vuoi comunicare con Bambini-news.it scrivi a: blog@bambini-news.it | Seguici anche su Twitter: @bambini_news

Bambini-news.it è una iniziativa di www.mypage.it | Powered by WordPress | © 2009-2012 mypage.it - P.I. 02832461202