Archivio | Ambiente e ecologia

Ambiente e ecologia, Opinioni, Politica, Salute

Fame nel mondo? problema risolto…

Scritto il 14 gennaio 2011 da Marco Filoso

Nel 2050, la popolazione mondiale potrebbe raggiungere i 9 miliardi di persone; niente paura ci sarà di che mangiare per tutti! A dircelo è uno studio condotto da alcuni scienziati dell’INRA, un istituto di ricerca francese che studia le tematiche inerenti allo sviluppo dell’agricoltura in vari paesi del mondo. Esistono diverse strategie attraverso le quali l’agricoltura potrà sfamare tutti.

Il documento è stato pubblicato ieri sulla rivista scientifica Nature, ma ha già fatto il giro di tutti i social network e delle testate giornalistiche, suscitando già diverse polemiche.

Quando un articolo assume tutta questa risonanza, si ha un grande ritorno di immagine che si traduce immediatamente in forti vantaggi economici. L’INRA fa parlare di se e in questo modo riesce a vendere più cari i propri servizi.

Lo studio che è stato fatto, riguarda l’analisi di alcuni possibili scenari, in pratica si considerano un certo numero di condizioni come ad esempio le superfici coltivate e quelle potenzialmente coltivabili, si sommano tutti i vantaggi della ricerca tecnologica ed ecco che per magia 9 miliardi di persone hanno di che riempirsi la pancia. Per di più lo studio ha anche il coraggio di affermare che se una parte del mondo mangiasse un po’ meno ci sarebbe di che nutrire gli affamati.

Questi valorosi esperti hanno fatto delle scoperte veramente sorprendenti che alle mie orecchie suonano un po’ come dire che se eliminassimo tutta la foresta amazzonica e la rendessimo un immenso campo coltivato, potremmo sfamare anche tutte le popolazioni della galassia (sempre che  fosse abitata!). Salvo a porci qualche piccola domandina in più, per esempio da dove prenderemmo tutta l’acqua per irrigare questi campi? Nello studio non si fa menzione delle problematiche riferite all’acqua, ai problemi politici, sociali, ecologici… un bel niente.

Insomma ho io un bel suggerimento per l’INRA. Se da domani tutti gli stipendiati del prestigioso Istituto parigino si rimboccassero le maniche per assaporare il gusto di lavorare la terra, allora sì che si potrebbe finalmente riconoscere all’INRA un valido contributo allo sviluppo dell’agricoltura!

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Ambiente e ecologia, Scienza e Tecnologia

Ammoniti: cosa mangiavano? Finalmente una risposta!

Scritto il 10 gennaio 2011 da Marco Filoso

Le ammoniti sono senza dubbio tra i fossili più studiati al mondo ma nonostante ciò, alcuni misteri riguardo alle loro abitudini non sono stati ancora svelati. Parte del loro fascino risiede nella improvvisa estinzione avvenuta circa 65 milioni di anni fa, concomitante con la scomparsa dei dinosauri. Gli studiosi, per questo motivo, hanno deciso che un’intera Era si fosse chiusa, il mesozoico, e fosse iniziata l’Era attuale chiamata cenozoico.

Le ammoniti sono parenti degli attuali cefalopodi, come seppie, polpi e calamari, ma possedevano una vistosa conchiglia, spesso a spirale, della quale abitavano solo la porzione più esterna. Le ammoniti erano in grado di riempire alternativamente le parti interne della conchiglia di liquido o di gas in modo da poter decidere se procedere in una profonda immersione sottomarina oppure risalire a galla.

L’intero mondo è colmo di fossili di ammoniti e, infatti, potrà capitarvi di scoprire che l’androne del palazzo di vostra nonna è interamente rivestito di lastre luccicanti di un marmo rosso nel quale riuscirete a distinguere i profili dell’antico mollusco.

Qual è la novità che però ci ha portato proprio oggi a parlare di ammoniti? Cosa mai ci sarà di nuovo che non sia già contenuto negli innumerevoli e pesantissimi volumi che trattano l’argomento?

Si tratta di un articolo, apparso in questi giorni sulla rivista Science, scritto da alcuni scienziati tra cui la francese Isabelle Kruta del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, in collaborazione con l’equivalente museo sito in Central Park a New York. Questi paleontologi (così si chiamano gli studiosi dei fossili) si sono presi la briga di utilizzare una tecnica dal nome impressionante, la Microtomografia a raggi X con luce di sincrotrone, per osservare alcuni resti fossili conservati nei musei. La grande sorpresa è stata quella di poter osservare tridimensionalmente, e per la prima volta, i dettagli dell’apparato boccale delle ammoniti. Si è scoperto che esse possedevano mascelle e denti adatti a catturare piccole prede acquatiche, in pratica si nutrivano di plankton. In più, tutte loro possedevano una radula (una lingua con denti, tipica dei molluschi).

Un’ammonite, in particolare, ha mostraricostruzione della radula del baculiteto di avere ancora alcuni resti del suo ultimo pasto tra le fauci, si tratta di piccole larve di lumache e piccoli crostacei.

Il Nautilus, l’odierno cefalopode che tanto rassomiglia alle ammoniti, e che molti studiosi hanno supposto fosse un intimo parente di esse, si distanzia ancora di più da loro avendo abitudini alimentari del tutto diverse, nutrendosi, infatti, di crostacei più grossi e di pesci morti. Paradossalmente, la bocca più grande delle ammoniti è più adatta a catturare il minuscolo plankton.

Tutte queste nuove scoperte ci parlano delle abitudini alimentari delle ammoniti e ci aiutano ad immaginare come fossero i mari 65 milioni di anni fa. Tali informazioni saranno anche fondamentali per capire i meccanismi che, a seguito di un impatto con un meteorite, hanno portato alla loro rapida estinzione.

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Ambiente e ecologia, Scienza e Tecnologia

Arsenico: c’è a chi piace…

Scritto il 06 dicembre 2010 da Marco Filoso

Carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno, zolfo e fosforo sono gli elementi principali di cui sono fatti gli esseri viventi. Attraverso la loro combinazione sono costruite le proteine, gli acidi nucleici (come il DNA), i grassi e tutto il resto di cui siamo fatti noi umani, un insetto o anche una pianta. Gli altri elementi che ritroviamo nella tavola periodica, come il ferro o il potassio, sono anch’essi utilizzati dai viventi ma in concentrazioni veramente bassissime.

Una scienziata americana della NASA, Felisa Wolfe-Simon, ha recentemente scoperto che un batterio dallo strano nome GFAJ-1, è in grado di utilizzare l’arsenico al posto del fosforo. La scienziata ha condotto le sue ricerche sulle rive del lago Mono, in California, noto per avere le sue acque contaminate dal pericoloso arsenico. Ricordiamo che l’arsenico, oltre che tossico è anche cancerogeno. Per questo motivo molti acquedotti, in particolare nel nord dell’Italia, hanno delle apparecchiature in grado di eliminarlo o quantomeno di abbassarne la quantità nell’acqua. Nel passato, un particolare composto, l’ossido di arsenico, era utilizzato come veleno e aveva il pregio di non lasciare alcun segno del suo passaggio.

L’arsenico e il fosforo sono due elementi che hanno molte caratteristiche in comune, a causa di questa somiglianza, l’organismo umano può assorbire l’arsenico involontariamente al posto del fosforo e, oltre una certa soglia, rimanerne intossicato al punto da restarci secco!

Nel caso del nostro batterio, l’assorbimento dell’arsenico avviene con lo stesso meccanismo, con la differenza che non interferisce con le funzioni vitali del batterio.

Questa scoperta è straordinaria per tre motivi:

- Apre la porta allo studio e alla comprensione del cosiddetto “ciclo dell’arsenico”.

- Potrebbe risultare un’ottima possibilità di controllo delle contaminazioni da arsenico.

- Ci aiuta a immaginare forme di vita diverse dalle nostre, dove un elemento essenziale come il fosforo può essere sostituito con un elemento potenzialmente pericoloso come l’arsenico. Quando pensiamo a forme di vita extra-terrestri, possiamo supporre che siano costituite da elementi diversi da quelli che costituiscono la vita sulla Terra. Forse, su un lontano pianeta, esiste un essere costituito di silicio anziché di carbonio, che assorbe l’arsenico, respira metano e si nutre di terra! Chissà…

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Ambiente e ecologia

Golfo del Messico: Report di novembre!

Scritto il 24 novembre 2010 da Marco Filoso

L’Inter-agenzia federale degli scienziati americani (che riunisce gli studiosi della NOAA, della USGS e della NIST), impegnati a studiare gli effetti del disastroso incidente avvenuto in aprile nel Golfo del Messico, dovuto alla fuoriuscita di petrolio da un pozzo della società inglese BP, ha prodotto nel mese di novembre un dettagliato resoconto sull’accaduto.

Visita il sito: http://www.restorethegulf.gov/ per accedere al report originale (versione in inglese)

Le analisi preliminari, fatte ad agosto dagli scienziati del governo americano, erano state giudicate troppo ottimistiche da alcuni scienziati indipendenti. Esse stimavano che addirittura tre quarti del petrolio disperso nell’ambiente era stato eliminato attraverso:

1)   Recupero nelle vicinanze della bocca del pozzo

2)   Asportazione dalla superficie del mare

3)   Dispersione chimica

4)   Combustione (bruciato)

5)   Evaporazione

6)   Assorbimento attraverso processi naturali

Un quarto del greggio rimasto aveva invece raggiunto le coste americane o continuava a galleggiare luccicante sulla superficie del mare compattandosi talvolta in grumi catramosi.

Ebbene, quest’ultimo resoconto di novembre, è fondamentalmente in accordo con le analisi preliminari.

Possiamo dunque rallegrarci della buona notizia ma c’è un però… Tenendo conto che questo quarto di petrolio residuo ammonta a quasi 1,25 milioni di barili (1 barile = 159 litri), ci si chiede: dove si trovi in questo momento tutto questo petrolio? Quale sarà la sua destinazione finale?

In questo rapporto non si accenna all’impatto che tutto questo petrolio ha avuto e continuerà ad avere sull’ecosistema e, benché queste informazioni ci inducano a sperare che l’ambiente abbia mille risorse per rimediare ai disastri creati dall’uomo, sarà opportuno aspettare che trascorra altro tempo prima di farci un’idea di quanto sia vulnerabile il nostro amato Pianeta!

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Ambiente e ecologia, News, Scienza e Tecnologia

Siccità in Perù: reti cattura nebbia e montagne pitturate…

Scritto il 10 novembre 2010 da Marco Filoso

Sulle dune sabbiose della periferia di Lima in Perù, i residenti di un povero paesino hanno deciso di non arrendersi alla siccità. La loro intenzione era di far crescere una foresta in una delle regioni più secche della Terra (Lima riceve meno di 1,5 cm di pioggia all’anno). A tal fine, negli ultimi due anni, i residenti del paesino hanno eretto, sulla cima delle dune, una serie di reti alte 4 metri. Queste reti sono in grado di catturare preziose gocce d’acqua, dall’umidità dell’aria. Quando le nebbie della sera coprono le cime delle dune, queste reti rimangono impregnate di acqua. Si ritiene che, in meno di quattro anni, i giovani alberelli che stanno crescendo saranno in grado loro stessi di catturare la nebbia, creando un microclima che in futuro riuscirà a proteggere tutta l’area dalla siccità.

Oltre alla raccolta dell’acqua delle nebbie, una più singolare attività ha già trovato i finanziamenti necessari per essere sperimentata. Incredibile ma vero, si tratta di pitturare le montagne di bianco. Le montagne che un tempo erano ricoperte di neve e ghiaccio sono oggi degli ammassi brulli di terra scura. Giacché la terra scura assorbe più facilmente la radiazione solare riscaldandosi, si è pensato bene di imbiancare vaste zone montane al fine di riflettere la luce solare, determinando un rilevante abbassamento della temperatura. Negli ultimi anni il Perù ha perso i suoi ghiacciai che erano una risorsa fondamentale di acqua potabile. Pitturare le montagne e raccogliere l’acqua della nebbia sono alcuni dei modi in cui i peruviani stanno cercando di fronteggiare l’inaridimento di vaste aree del loro territorio. Il governo è molto impegnato nella ricerca di soluzioni, in particolare si lotta perché Lima possa continuare a essere rifornita d’acqua.

Consulta il sito della BBC per sapere di più sulle montagne pitturate!

http://www.bbc.co.uk/news/10333304

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Terre rare: l’ultima sfida tra Cina e Occidente!

Scritto il 09 novembre 2010 da Marco Filoso

Avete presente la Tavola Periodica degli Elementi? Circa cento caselle rappresentano tutti i mattoncini di cui può essere fatta la materia. Una ventina di essi sono molto comuni e in particolare quelli che occupano le caselle nella parte alta della Tavola. Se raccogliamo una manciata di terreno, possiamo essere sicuri di avere nelle mani elementi come l’ossigeno, il silicio, il carbonio, l’idrogeno, l’alluminio, il calcio, il ferro e così via. Questi elementi si combinano tra loro in modi caratteristici creando un’infinità di minerali (più di 4000!). I minerali, a loro volta, sono i costituenti delle rocce.

Dall’Età della Pietra siamo passati all’Età del Bronzo e poi a quella del Ferro. Negli ultimi duemila anni poi, l’Uomo ha affinato le proprie conoscenze e ha imparato a sfruttare sempre più i materiali che riusciva a estrarre dalle rocce. Con l’avvento delle tecnologie moderne però, da non più di 40 anni, siamo entrati in una nuova Età, L’Età delle Terre rare! Si tratta di tutti quegli elementi che si trovano nelle ultime caselle della Tavola Periodica (17 in tutto, i cosiddetti Lantanoidi, lo Scandio e l’Ittrio).

Questi elementi hanno proprietà uniche che trovano molteplici applicazioni nell’industria militare e anche in quella civile, li troviamo, infatti, in tutte le apparecchiature elettroniche e informatiche (magneti, laser, fibre ottiche, disk drives, batterie ricaricabili, chip delle memorie dei computer, superconduttori dalle alte temperature, schermi a cristalli liquidi, ecc.) come anche nelle marmitte catalitiche, nelle apparecchiature a raggi X, nelle lampade fluorescenti ecc.

Nonostante il nome, questi minerali non sono così rari, il problema sta nel fatto che non esistono veri giacimenti di Terre rare, essi sono contenuti in tracce in svariati minerali. Per questo motivo la loro estrazione è associata all’estrazione di altri elementi.

Durante gli ultimi vent’anni la Cina è stata la più grande esportatrice di Terre rare (fino al 95% del mercato mondiale) sia per il basso costo del lavoro dei minatori e sia per la quasi totale mancanza di leggi concernenti la protezione ambientale. La lavorazione delle Terre rare può produrre, infatti, molti sottoprodotti tossici e inquinanti.

Dal 18 ottobre però la Cina ne ha sospeso inavvertitamente (forse indispettita da alcune scaramucce con il Giappone) l’esportazione mettendo in allarme tutti i paesi produttori di tecnologia. Benchè le esportazioni dalla Cina siano già riprese sul finire del mese scorso, il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha ribadito la volontà e la necessità di emanciparsi dalla dipendenza cinese.

E’ notizia di ieri che l’Istituto americano per gli scavi minerari sottomarini (Underwater Mining Institute – UMI) nella persona del suo presidente Dott Charles L. Morgan, sta riconsiderando economicamente la possibilità di raschiare i fondali oceanici ricoperti dai cosiddetti “noduli di manganese” che sono ricchi, oltre che di manganese, di nichel, di rame e di cobalto. E’ noto che nei noduli di manganese sono compresenti notevoli quantità di Terre rare. Questo tipo di attività mineraria è molto costoso e al momento sembra che gli americani, come tutto il mondo occidentale, sia destinato a perdere la sfida con la Cina. L’augurio che rivolgiamo a tutta l’Umanità è di riuscire a risolvere la faccenda senza ricorrere a strategie di prevaricazione, di conflitti armati e nel pieno rispetto dell’ambiente naturale e di chi lavora nelle miniere. Le esperienze del passato (riguardo al petrolio per esempio) non ci fanno essere molto ottimisti su come andranno le cose, è quindi importante cercare di acquisire informazioni e consapevolezza della questione, perché ognuno possa collaborare, nel suo piccolo, a salvare il Pianeta!

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Ambiente e ecologia, Scienza e Tecnologia

Insetti nell’ambra, ancora scoperte!

Scritto il 29 ottobre 2010 da Marco Filoso

All’Alba della civiltà umana l’Uomo, intento a studiare le rocce utili al proprio sviluppo sociale e tecnologico, riconobbe nelle trasparenze dell’ambra la bellezza di cui adornarsi. L’ambra è un minerale di origine organica perché non è altro che una resina fossile di una conifera che si è solidificata. Quando l’ambra sgorgava abbondante e mielosa dalle cortecce degli alberi, qualche insetto distratto ne rimaneva intrappolato finché, completamente ricopertone, moriva soffocato.

Nel mondo sono stati scoperti centinaia di depositi di ambra, un nuovo giacimento scoperto a ovest dell’India ha ultimamente attirato l’attenzione di tanti paleontologi di tutto il mondo (studiosi dei fossili degli esseri vissuti nel passato e dei loro ambienti di vita).

All’interno del giacimento sono stati trovati più di 700 insetti oltre a ragni, crostacei, piante e funghi.

Sono state individuate già più di 100 nuove specie di insetti e si stima che molte altre rimangano da scoprire. Si ritiene che le specie risalgano a più di 50 milioni di anni fa, quando la zona era ricoperta da una lussureggiante foresta pluviale come quelle che troviamo nei paesi tropicali del Sud-Est asiatico.

A parlarci dell’importanza di tale ritrovamento è il Dott. David Grimaldi, un entomologo che lavora al Museo di Storia Naturale di New York (American Museum of Natural History).

Nello studio sono impegnate decine di ricercatori americani, tedeschi e indiani che divulgano i risultati delle ricerche attraverso l’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti.

Risultano sorprendenti le somiglianze con le specie fossili trovate in Messico e negli altri paesi dell’America centrale.

100 milioni di anni fa, l’India si è staccata dal Gondwana, un immenso continente che includeva l’odierna Africa, Australia, Antartide e l’America meridionale, e ha viaggiato verso l’Asia determinando la formazione della catena montuosa dell’Himalaya. Si è sempre ritenuto che questo viaggio dell’India abbia rappresentato un periodo di isolamento ma probabilmente così non fu e, ha detto Grimaldi, forse bisognerà rivedere la geologia.

All’interno dell’ambra sono stati ritrovati anche dei resti appartenenti a mammiferi come pipistrelli, scimmie e conigli. Occorrerà procedere negli studi, anche delle piante, per capire quante nuove specie saranno ritrovate e prima di avanzare nuove teorie.

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Ambiente e ecologia

Global warming: parlano i ghiacciai.

Scritto il 21 ottobre 2010 da Marco Filoso

I ghiacciai, oltre a essere un elemento caratterizzante di alcuni paesaggi italiani di alta quota, costituiscono un’importante riserva di acqua dolce che può essere utilizzata per diversi scopi. L’acqua che proviene dalla fusione di un ghiacciaio (prevalentemente d’estate) può essere utilizzata per irrigare i campi o per produrre energia elettrica. Spesso ci capita di ascoltare notizie alla televisione che ci parlano dei cambiamenti climatici ed ecco allora che la situazione dei ghiacciai diventa un ottimo sistema per valutare l’effettiva fluttuazione nel tempo della temperatura e delle precipitazioni. I ghiacciai alpini, (maggiormente di quelli vallivi), sono costituiti di ghiaccio a una temperatura prossima a quella di fusione, per questo motivo, con il loro espandersi o ritirarsi, registrano scrupolosamente le variazioni termiche.

Nel nostro Paese, il Comitato Glaciologico Italiano (CGI) è l’ente di riferimento che sorveglia lo stato dei ghiacciai ed è attraverso il suo sito internet che ricaviamo questi dati:

-       Dal 1850 a oggi, la superficie dei ghiacciai italiani si è ridotta di oltre il 40%!

-       Il limite delle nevi si è innalzato di oltre 100 m.

-       Molti piccoli ghiacciai sono scomparsi e quasi il 100% dei ghiacciai monitorati è in ritiro.

In particolare è stata evidenziata una fase di accentuato ritiro intorno al 1950 e una fase di avanzata tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ’80. Dagli anni ’90 a oggi il ritiro è inesorabile.

Gli scienziati sanno bene che la temperatura del nostro pianeta non è mai stata la stessa e che il Mondo ha affrontato periodi di glaciazioni e periodi di caldo torrido. L’Uomo però è l’ultimo arrivato, la memoria storica della nostra civiltà non si spinge indietro più di qualche migliaio di anni, un’inezia rispetto ai “tempi geologici” di milioni e milioni di anni.

Forse, un tempo non lontanissimo, le palme cresceranno spontanee nella Pianura Padana o forse la tendenza si invertirà e avremo un ghiacciaio che dal cratere del Vesuvio scenderà fino al mare. Non è facile fare previsioni, l’importante sarà di continuare a studiare la dinamica della Natura e la sua incessante mutevolezza.

A parte l’amore per i ghiacciai alpini voglio però fare una considerazione personale sulla pericolosità di tale situazione. Devo dire di non essere particolarmente preoccupato del ritiro dei ghiacciai e non sarà così grave se per vederne qualcuno toccherà spostarmi più a Nord, il cambiamento climatico non è di per se nulla di strano. Spaventa sicuramente la rapidità con la quale avviene tale surriscaldamento globale e la conseguente incapacità di adattamento umano ai cambiamenti. Oggi come oggi però, questo tipo di valutazioni rischiano di distrarci da questioni ambientali più urgenti.

Nulla mi toglie dalla testa che il grave livello di inquinamento ambientale è il fattore più allarmante sul quale conviene concentrarsi. Nonostante un certo rimpianto per il ritirarsi di stupendi ghiacciai come quello dell’Adamello, a volte, ho la sensazione che, lanciati a bordo di un’auto a 300 km all’ora, ci stiamo preoccupando dell’eventualità di morire bruciati da un fulmine!

M. Filoso

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Ambiente e ecologia, Opinioni, Scienza e Tecnologia

Darwin e la scoperta dell’acqua calda!

Scritto il 26 settembre 2010 da Marco Filoso

Charles Darwin è stato un grande naturalista, si è occupato cioè di piante, di animali e di rocce. Nella prima metà dell’800 ha elaborato lateoria dell’evoluzione delle specie”.

La parola “teoria” è giustamente sinonimo di “opinione scientifica”, validissima che sia, provata e comprovata, è pur sempre una teoria!

Qualche vecchio bacucco continua a pensare all’Evoluzionismo solo come ad una “Teoria”, come se oggi, agli studenti di astronomia, si spiegasse il sistema solare accennando all’”opinione-teoria” di Copernico (…quello che capì che facendo girare la Terra intorno al sole, piuttosto che viceversa, tutto appariva molto più semplice!).

Spiegare di cosa si tratta non è così difficile. Immaginiamo un branco di lupi ostili all’uomo. Un bel giorno una coppia di lupacchiotti, molto più socievoli degli altri, decide di avvicinarsi al villaggio degli uomini. In un primo momento gli uomini sono spaventati ma quando poi capiscono le buone intenzioni degli animali, li accolgono e decidono di adottarli.

Dalla coppia di lupi nascono alcuni cuccioli buoni e altri cattivi. Quelli cattivi però vengono regolarmente sterminati e così sopravvivono solo i buoni. Buoni e cattivi, in biologia, non rappresentano altro che due caratteri genetici, se ne eliminiamo regolarmente un tipo, questo tenderà a scomparire. E’ come se da un cesto colmo di palline rosse e verdi continuassimo ad estrarne una rimettendola dentro se rossa e scartandola se verde. Ad un certo punto avremo il cesto pieno solo di palline rosse!

Nello stesso modo cominceremo ad avere progenie di lupi sempre buoni e addomesticabili e potremmo lavorare anche su altre caratteristiche, siano esse fisiche o comportamentali. E’ pressappoco così che sono sorte tutte le varietà di cani che conosciamo. Nel caso che abbiamo descritto è stato l’uomo l’artefice delle trasformazioni, ma normalmente è la natura a operare in tal senso. Per sopravvivere occorre adattarsi all’ambiente che ci circonda.

Oggigiorno, le questioni aperte per i naturalisti non sono certo quelle di mettere in discussione che le specie viventi possano trasformarsi o meglio “evolversi” generandone di nuove e portando all’estinzione quelle vecchie. La scienza si occupa piuttosto di svelare e di comprendere come tutto ciò possa accadere. E’ un po’ come se, costatato il passaggio delle automobili per la strada, cominciassimo a farci domande sul loro funzionamento e iniziassimo così a smontarne gli ingranaggi del motore per capirne la funzione.

Se allora il lavoro di Darwin si limita alla costatazione che le specie possono trasformarsi (…più una lunga serie di ragionevoli conseguenze) e se tale costatazione – dicevo – è così evidente e potremmo dire banale, perché ci sono voluti così tanti secoli prima di accorgercene?

Nel prossimo post elencheremo molti buoni motivi…

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Ambiente e ecologia, Primo piano

Vandana Shiva: la democrazia alimentare come strumento per combattere la fame nel mondo

Scritto il 24 settembre 2010 da Daniela

Vandana Shiva è un’ambientalista indiana che si occupa da sempre di temi legati all’alimentazione, alla bioetica e alla biodiversità e combatte anche per i diritti dei più poveri.

A questo proposito Vandana Shiva ha commentato le parole dal presidente francese Nicolas Sarkozy, che al summit di New York circa la Tobin tax: “Una buona idea per mobilitare risorse finanziarie, ma insufficiente per far fronte al problema della fame nel mondo”. Seguendo dall’India i lavori dell’Onu, l’ambientalista indiana sostiene che una nuova tassa per ognuno degli scambi commerciali fra i vari paesi non è sufficiente per raggiungere la riduzione del 50% del numero di persone che soffrono la fame nel mondo.

Contrariamente a quanto pubblicato da alcune ricerche, secondo cui il numero degli affamati sarebbe sceso da 1,3 miliardi nel 2009 a 932 milioni nel 2010, la Shiva sostiene che “gli affamati sono aumentati, non diminuiti. I prezzi alimentari in Paesi come l’India hanno continuato ad aumentare, sottraendo il cibo alla portata di milioni di persone. Inoltre, il 2010 è stato un anno di grande instabilità del clima, che si tratti degli incendi in Russia o delle inondazioni in Pakistan, India e Cina. Tutto ciò ha avuto un impatto sulla disponibilità di cibo”.

“Gli ultimi anni – dice – hanno visto i paesi ricchi dimenticare il loro impegno per i poveri del mondo, ma anche per i poveri dei loro stessi Paesi”.

Secondo l’ambientalista indiana infine l’unico modo per combattere la fame nel mondo è la democrazia alimentare. Bisogna procedere ad una riduzione dei costi della produzione alimentare e all’aumento della resistenza ai cambiamenti climatici, iniziando ad adottare il metodo biologico.

Vandana Shiva ha vinto il Right Livelihood Award nel 1993 e oggi è candidata ai Mypage Fan Awards nella categoria speciale Best Hero. Se le sue parole ti convincono, diventa suo fan e sostienila con il tuo voto. In palio per te fantastici premi!

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